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SEMINANDO IL RITORNO

Progetto per la realizzazione di un mulino e di un centro di aggregazione per favorire la produzione agricola biologica

 

Progetto SEMINANDO IL RITORNO


Luogo: Osmače, Brežani - Bosnia

Periodo: 2012-2016

Superficie:  1500 m

Proponenti:

Agronomi e Forestali Senza Frontiere (ASF) ONLUS di Padova

Associazione di Cooperazione e Solidarietà (ACS), di Padova

Cooperativa agricola El Tamiso, di Padova;

Centro Pace del Comune di Venezia;

Gruppo Buongiorno Bosnia - Dobardan Venecija di Venezia;

Gruppo Adopt Srebrenica di Srebrenica

 Partner di progetto:

Architetti Senza Frontiere Veneto Onlus

 

 

 

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INQUADRAMENTO GENERALE DELL’INTERVENTO PROPOSTO

L’obiettivo generale del progettoseminando il ritorno” è ripristinare le basi economiche per una vita dignitosa della popolazione residente, favorendo inoltre il ritorno dei rifugiati e la convivenza multietnica attraverso l’elaborazione di buone pratiche agricole che potranno essere diffuse sul territorio.

Per contribuire al raggiungimento dell’obiettivo, le buone pratiche elaborate con il progetto si concentrano sulla creazione di un sistema microeconomico basato sulla gestione ottimale delle piccole aziende agricole tale da consentire il miglioramento del reddito familiare delle famiglie coinvolte.

 

ORIGINE DEL PROGETTO:

Il progetto nasce dalla richiesta delle giovani famiglie di rientranti della frazione di Osmače, un villaggio musulmano situato nelle montagne intorno a Srebrenica, a circa 970 m s.l.m.; con l’obiettivo di trovare nell’attività agricola la fonte di sostentamento del reddito familiare, i giovani rientrati hanno ripreso la coltivazione dei terreni mettendo a coltura, negli ultimi due anni, circa 13 ha di terreno a grano saraceno (Fagopyrum esculentum, fam. Poligonacee). I danni causati dalla guerra (tra cui il mancato passaggio di competenze tra le generazioni e l’abbandono di estese superfici coltivabili), la disponibilità di attrezzature scarse ed obsolete, la scarsa preparazione tecnica ed il relativo isolamento dai flussi di fondovalle, sono alcuni dei fattori limitanti la coltivazione e la redditività delle colture. Le famiglie di Osmače si sono quindi rivolte ad alcune associazioni italiane presenti nell'area da molti anni, durante i quali hanno svolto attività di supporto a progetti di sviluppo rurale e di iniziative di solidarietà verso la popolazione. In particolare, ASF (Agronomi Senza Frontiere) si è resa disponibile a supportare il riavvio delle attività produttive, coordinando un gruppo di progetto composto dall’ONG ACS, da agricoltori e tecnici italiani e altre associazioni già presenti in Bosnia. Un contributo è stato dato anche da un gruppo di lavoro di Architetti Senza Frontiere Veneto, che attualmente riveste un ruolo secondario, ma che potrà in futuro concretizzare la propria azione con la costruzione di spazi e luoghi oggi assenti, per l’incontro e il lavoro delle comunità di Osmače e Brezani.

 

OSMACE. L'IMMAGINE PER RIMARGINARE UNA FERITA

(tratto da Paesaggi di Speranza, Daniel Tiozzo, Chioggia 2014)

“L'architetto ha un rapporto con il suo mestiere, con la sua arte, molto diverso da quello degli altri artisti con le loro rispettive arti. La ragione è ovvia: l'architettura non è, non può, non deve essere un'arte esclusivamente personale. È un arte collettiva. L'autentico architetto è un intero popolo.” (1)

Di fronte al dramma di una guerra, alle ferite di una terra e alle nuove speranze di una comunità, è sempre difficile trovare facili parole. Presto la necessità di andare avanti, il peso di un nuovo inizio, rimargina il rimediabile e lascia parlare i fatti. Gesti concreti che non sempre comportano ricadute durature e prospere. La fretta, il desiderio di dimenticare, le difficoltà economiche e sociali rappresentano, a volte, dei limiti difficili a cui porre rimedio.

Tutto sembra misurarsi ad una scala temporale. L'attenzione ricade sulle risposte immediate. Sul fare. Il “come fare” non sembra una priorità e probabilmente, comprensibilmente, si pensa sempre che questo sia un problema del dopo.

A supporto di un lavoro collegiale va però dimostrata chiarezza intellettuale e pertanto risulta utile interrogarci su come, di fronte a tutto questo, possa rispondere l'architettura. Siamo davvero certi che il sapere dell'architettura sia una provvidenza e non una ulteriore violenza ad una terra lacerata?

Domande e risposte implicano pertanto profonde riflessioni. La ricostruzione di Srebrenica, lasciata al suo inesorabile destino; la riqualificazione di un territorio splendido, ma imbottito qua e là da mine anti-uomo; o più semplicemente l'impegno per una piccola realizzazione ad Osmace, richiama alla nostra mente un gesto di responsabilità, costringendoci anche (e soprattutto) ad uno sforzo theorico. A ben osservare come sono ridotti oggi i nostri territori, come si sono trasformati in peggio i nostri paesaggi, viene da pensare che l'uomo contemporaneo nell'opulento Occidente, non sia più in grado d'immaginare i luoghi dove dignitosamente poter vivere ed abitare. Eppure ora, perlomeno in Italia, ma anche in Bosnia, non vi è nessuna fretta di ricostruire.

Dovremmo avere ormai maturato quel gesto di responsabilità capace di non indurci a sommare violenza ad altra violenza. Una riflessione più profonda smentirebbe la responsabilità degli architetti o di una singola categoria. Osmace per l'appunto. Un piccolo villaggio posizionato in un luogo privilegiato per l'ampiezza dello sguardo e per la particolare esposizione solare. A sud, nella valle, il fiume Drina disegna un abbraccio, ma al contempo il limite di una storia, di confini e di mondi. Un'ipotetica linea, nel mezzo dei Balcani, che segna la divisione nell'impero romano tra occidente ed oriente, tra l'influenza romana e quella greca, tra la civitas e la polis (2). Un'area, quella di Osmace, dove le continue influenze e le continue divisioni hanno comportato meticciamento e mediazione. Esperienze di confine che hanno arricchito il repertorio formale e culturale e ci permettono di iniziare un percorso con il supporto di molte immagini invisibili (theologiche), ovvero le “potenze plastiche” della forma che si sviluppano a partire da un significante (il nocciolo originario del senso). Il significante è di fatto la forma che rinvia al contenuto. La necessità, legittima, di realizzare ad Osmace degli spazi per la cooperativa nascente (dalla segreteria allo stoccaggio delle merci), dei luoghi per l'accoglienza e/o comunque degli spazi collettivi dove ritrovarsi, dovrà prevedere una coerenza formale con il significante. Di fatto le difficoltà non sono nella definizione dei contenuti funzionali (che dipendono dal significato), quanto nella definizione dei contenitori. La forma dell'architettura, pertanto, saprà cogliere l'essenza di questo luogo donando alla comunità di Osmace una nuova speranza. Una nuova immagine.

 

1 J. Ortega y Gasset, la felicità e la tecnica, in Meditazioni sulla felicità, Varese, 1994

2 M. Cacciari, La città, Rimini, 2009